Riceviamo lo sfogo di una nostra concittadina:

“Nel 2026, ormai alle porte del 2027, siamo ancora un Paese che deve lottare per i diritti civili, per la parità di genere e per una dignità che dovrebbe essere garantita a tutti, senza distinzioni.
Siamo un Paese in cui la donna, ancora oggi, si trova troppo spesso a dover dimostrare il doppio per ottenere la metà. E quando diventa madre, la situazione può diventare ancora più difficile: per molti datori di lavoro sembra trasformarsi in una categoria scomoda, un problema da gestire, un costo da evitare. Come se mettere al mondo un figlio fosse una colpa, anziché una scelta di vita che dovrebbe essere tutelata e rispettata.
E allora dov’è tutta questa uguaglianza di cui tanto ci riempiamo la bocca? Dov’è la parità se una donna deve ancora scegliere tra la maternità e la propria indipendenza economica? Dov’è la dignità se una persona deve sentirsi fortunata soltanto perché ha un lavoro, anche quando quel lavoro non le permette di vivere serenamente?
La verità è che tante persone lavorano come muli, trascorrono giornate intere tra sacrifici, stress e rinunce, e alla fine del mese, quando ci arrivano, tirano un sospiro di sollievo come se avessero compiuto un’impresa. Stipendi che non tengono il passo con il costo della vita, bollette sempre più pesanti, affitti proibitivi, spesa quotidiana diventata quasi un lusso. E così, anche chi lavora e si impegna, spesso è costretto a rinunciare a qualcosa, a fare calcoli continui, a vivere con l’ansia di un imprevisto.
In Italia, per una larga parte del ceto medio-basso, vivere sta diventando sempre più una lotta per sopravvivere. Si lavora per pagare le bollette, si paga l’affitto con lo stipendio e si aspetta il mese successivo con la speranza che non accada nulla di imprevisto. Ma questa sarebbe vita? È davvero questo il futuro che una società moderna dovrebbe offrire ai propri cittadini?
E poi guardiamo le persone che scioperano, che scendono in piazza, che urlano la propria rabbia e la propria disperazione. Troppo spesso vengono giudicate, criticate, additate come se protestare fosse un capriccio. Ma bisognerebbe fermarsi un momento e chiedersi cosa ci sia dietro quelle voci. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a manifestare per ottenere uno stipendio dignitoso, condizioni di lavoro umane o il semplice diritto di vivere senza paura del domani.
Uno sciopero non è soltanto una giornata di lavoro persa: può essere il grido di chi non viene ascoltato, di chi è stanco di subire, di chi non riesce più a far quadrare i conti e di chi pretende che il proprio lavoro venga riconosciuto per ciò che vale.
E mentre si parla continuamente di progresso, crescita e modernità, troppe persone si sentono lasciate indietro. Perché il progresso non si misura soltanto con le tecnologie, le infrastrutture o i numeri dell’economia. Si misura anche dalla possibilità di curarsi senza difficoltà, di avere una casa, di crescere i propri figli senza essere schiacciati dalle spese, di invecchiare con una pensione dignitosa e di lavorare senza sacrificare la propria salute fisica e mentale.
Una società davvero civile non dovrebbe chiedere ai suoi cittadini di essere eternamente resilienti, di stringere sempre i denti, di sacrificarsi ancora e ancora. Non si può pretendere che le persone trovino sempre la forza di andare avanti quando le condizioni in cui vivono diventano ogni giorno più difficili.
La dignità non dovrebbe essere un privilegio. Il lavoro non dovrebbe essere una condanna. La maternità non dovrebbe essere una penalizzazione. E arrivare alla fine del mese non dovrebbe essere un’impresa.
Siamo ormai alle soglie del 2027, eppure ci ritroviamo ancora a discutere di diritti che dovrebbero essere scontati, di disuguaglianze che continuano a pesare sulle stesse categorie e di persone che chiedono soltanto di poter vivere, non semplicemente sopravvivere.
E forse la domanda più amara è proprio questa: che senso ha parlare di civiltà, progresso e uguaglianza se, per tante persone, la quotidianità continua a essere fatta di sacrifici, paura e rinunce?
Perché un Paese non dovrebbe essere giudicato soltanto dalla ricchezza che produce, ma anche da come tratta chi quella ricchezza contribuisce a crearla ogni giorno.
E finché lavorare non sarà sufficiente a vivere dignitosamente, finché essere donna e madre continuerà a rappresentare un ostacolo, finché chi protesta verrà ascoltato meno di chi detiene il potere, avremo ancora molta strada da fare.
Perché la vera civiltà non consiste nel dire che siamo tutti uguali. Consiste nel fare in modo che nessuno debba lottare ogni giorno per essere trattato da persona.”
Firmato: “Una lettrice fedele di Cosenza 2.0“










