Riceviamo lo sfogo di una nostra lettrice:

“Ho 25 anni e lavoro da quando ne avevo 19. Ho deciso fin da subito che non me ne sarei mai andata da Cosenza per lavoro: la mia famiglia, la mia vita e le mie radici sono qui. Non ho intenzione di abbandonare gli affetti e il posto in cui sono cresciuta soltanto per inseguire una carriera che, spesso, non ripaga i sacrifici.
Mi sono messa in gioco subito, arrangiandomi per anni in un call center dove, come molti sanno, se non sei l’amico del titolare non otterrai mai un contratto dignitoso, capace di darti stabilità e crescita. Ad agosto ho deciso di prendermi un mese sabbatico, convinta che a settembre sarebbe stato semplice trovare altro. E invece no.
Le proposte sono sempre le stesse: call center con fissi che fanno paura solo a sentirli (e contratti che non sono da meno); offerte a partita IVA che, a 25 anni e senza sapere se quel lavoro fa davvero per te, rappresentano un rischio enorme; oppure posizioni full time 6 giorni su 7 che non ti lasciano un attimo per te stessa, a fronte di uno stipendio appena superiore a quello di un part-time.
Le mie domande non sono una, ma tante:
Dobbiamo davvero essere schiavi di una vita che non vogliamo, pur di campare e tirare avanti?
È così difficile oggi lavorare e avere un po’ di tempo libero per prendersi cura di sé?
Chi vuole crearsi una famiglia come deve fare? Bisogna fare figli per poi lasciarli nelle mani di una baby-sitter sconosciuta e goderseli solo la sera, dopo 9 ore di lavoro?
Che fine faremo noi ragazzi del 2000? Vivremo senza goderci nulla, con una sola ora d’aria al giorno, peggio che in carcere?
I datori di lavoro, quando fanno certe proposte, non pensano che dall’altro lato della scrivania potrebbero esserci i loro figli? Oppure i figli li assumono a scatola chiusa, garantendo loro uno stipendio senza farli nemmeno lavorare?
Ci dicono che non abbiamo voglia di fare sacrifici. La verità è che siamo solo stanchi di sacrificare la nostra vita per un futuro che non garantisce nemmeno il presente. Ma continuo a credere che restare non debba significare accontentarsi.
Meritiamo un futuro in cui il lavoro sia uno strumento per vivere bene, non una condanna a rinunciare a noi stessi.
(Lettera firmata)










