Continua “Segni di Cura”, la rassegna di arti visive ospitata nel Duomo di Cosenza.

La direzione artistica e la curatela di Mariateresa Buccieri tracciano un interessante percorso culturale attraverso le opere di numerosi artisti calabresi

Opere che, nel loro alternarsi ogni quindici giorni fino a febbraio 2027, restituiscono un’immagine della Calabria quanto più distante dal generale luogo comune, in qualche modo ancora esistente, che vorrebbe questa regione sostanzialmente priva di creatività e professionalità.

La sinergia con Think Tank Trust, presieduta da Sergio Stumpo, con Agorà, presieduta da Evelina Cascardo, e con AlterEgo, presieduta da Francesca Lo Celso, è l’ulteriore conferma che la Calabria dispone di realtà e intelligenze per creare e strutturare un modello diverso di espressione culturale. E di società.

Inoltre, la collaborazione con il laboratorio MeTa della Facoltà di Architettura dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria sottolinea la notevole capacità di cooperazione del contesto calabrese.

Tutta la documentazione video dell’intera mostra è affidata ad Andrea Gargano, attento nel restituire, attraverso le immagini, il respiro di una ricerca espressiva di tale importanza. Tutta la mostra, interviste incluse, è consultabile sul profilo Instagram Pilerio450.

La nuova tappa di questo percorso è iniziata venerdì 18 settembre, sempre nella magnifica cornice del Duomo di Cosenza, in cui sono ospitate le opere di Luigia Granata e Mario Vert.

La prima artista concentra la sua riflessione sull’esistenza umana e sulle sue evoluzioni: “Africa” riflette sulla nascita stessa dell’essere umano, che da primate diventa creatura capace di decidere le sorti dell’intero pianeta. La domanda che la Granata pone non è poi così peregrina: possiamo davvero considerarci evoluti? Guardando le condizioni del mondo oggi, tra crisi climatiche – di cui siamo in molti modi responsabili – e guerre praticamente ovunque, la risposta potrebbe non essere così edificante per noi. Nell’opera “Silenzi”, una riflessione necessaria: sarebbe auspicabile un momento di distacco dal caos e dal rumore, per tentare di ascoltare quanto più attentamente possibile il nostro interiore, la nostra verità essenziale, il nostro vero io.

L’opera “Alberi della concordia”, ispirata al pensiero di Gioacchino da Fiore, serve a Luigia Granata come bella sintesi di ciò a cui la sua opera tende: la ricerca concreta di un punto d’incontro delle diverse anime di cui l’umanità è composta, trasformando le differenze inevitabili in necessaria inclusione e convivenza.

Di particolare interesse è l’opera di Mario Vert che, rivisitando concettualmente oggetti e realtà di un passato neanche troppo lontano, discute e si interroga sulle forme della percezione del nostro presente attraverso la lente del nostro passato. L’opera “Still Life” guarda a un oggetto feticcio come la leggendaria musicassetta, quasi per ricordarci di quanto certe imperfezioni fossero più autentiche della presunta perfezione riproduttiva della nostra attualità. Il fruscio di quel nastro magnetico, facilmente deteriorabile e quindi precario, era in qualche modo più fedele alla realtà – deteriorabile e precaria per definizione – di molta tecnologia oggi disponibile. “Kamchatka” è un’opera che non avrebbe potuto essere più intelligentemente contemporanea di sei piccoli carri armato giocattolo, messi uno sull’altro e in posizioni asimmetriche. Non serve comprendere i fragilissimi equilibri internazionali attuali per vedere quanto sia fragile quella cosa che, per più di 70 anni, il mondo occidentale ha chiamato pace. La stessa pace che, per moltissimi aspetti, a volte sembra davvero un gioco per bambini molto ricchi! “Robots” è un’altra riflessione di Mario Vert sulla tecnologia e sul progresso che, spesso, ci hanno dato l’illusione di poter giocare a fare il “Creatore”. Sono molte le opere di Vert ad avere un respiro ampio, vasto, denso di significato: “Bocca Amara” è una vecchia Olivetti che diventa un link contemporaneo tra passato e presente, privato e collettivo; “Esportazioni Filtro” ha il sapore di un’Italia che voleva essere grande, mentre cercava di ricostruirsi un’identità fatta ancora di macerie, odore di bombe e di stenti, resi però nobili da una dignità granitica probabilmente persa!

Segni di Cura è un percorso di ricerca creativa e di pensiero che serviva – che serve – in una città che, a volte, dimentica se stessa per un atavico vizio di imitarne altre, nel tentativo spesso vano di riprodurne effetti e convenienze.

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