Riceviamo le parole di Mattia, figlio della professoressa Caruso, perchè questa storia è “un esempio autentico di coraggio, determinazione e fedeltà ai propri ideali. Rappresenta un messaggio di speranza e di resilienza per chiunque stia lottando per realizzare ciò in cui crede…”

“La professoressa che non ha mai smesso di credere nella scuola
Ci sono persone che svolgono una professione e persone che diventano la loro professione. La professoressa Cinzia Caruso, originaria di Cosenzaӓ, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.
Scrivo da figlio e forse qualcuno potrebbe pensare che le mie parole siano influenzate dall’affetto. È probabile che sia così. Ma è altrettanto vero che alcune storie meritano di essere raccontate perché rappresentano valori che oggi sembrano sempre più rari: il merito, la competenza, il sacrificio, la dignità e l’amore autentico per il proprio lavoro.
Prima di essere insegnante, mia madre è stata una scienziata. Laureata in Chimica presso l’Università della Calabria con una tesi sperimentale sul trasporto di gas in membrane PDLC, ha proseguito il proprio percorso accademico come ricercatrice universitaria, conseguendo un Dottorato di Ricerca in Tecnologie Chimiche e dei Nuovi Materiali.
Ha pubblicato lavori scientifici su riviste internazionali e ha contribuito allo sviluppo di un brevetto nel settore delle membrane polimeriche e dei cristalli liquidi. Una carriera costruita con studio, passione e sacrificio, in un periodo storico in cui spesso il merito da solo non bastava.
Erano anni in cui chi non apparteneva ai ‘circuiti giusti’, si trovava spesso a dover affrontare percorsi più difficili. Mia madre non aveva appoggi, non aveva scorciatoie, non aveva protezioni. Aveva soltanto le proprie capacità e una straordinaria determinazione.
Quando comprese che il mondo della ricerca non poteva offrirle quella stabilità che desiderava per costruire una famiglia, fece una scelta coraggiosa. Lasciò il percorso universitario e decise di dedicarsi all’insegnamento. Non fu una rinuncia. Fu una trasformazione. La passione per la chimica non si spense mai; semplicemente cambiò laboratorio. Da quel momento il suo laboratorio sarebbero diventate le aule scolastiche e il suo più importante progetto di ricerca sarebbero stati gli studenti.
Nel concorso ordinario per Chimica e Tecnologie Chimiche della Regione Lazio ottenne un risultato straordinario, classificandosi tra i migliori candidati. Vinse il concorso e ottenne immediatamente il ruolo. Non conobbe il precariato che ha segnato la vita professionale di tanti docenti italiani. Non trascorse anni tra supplenze e contratti temporanei. Entrò nella scuola statale attraverso il merito, grazie alla preparazione costruita in anni di studio e ricerca.
Per una donna partita dalla Calabria senza alcun sostegno particolare, quella vittoria rappresentò molto più di una semplice assunzione: rappresentò il riscatto di chi aveva sempre creduto nel valore dell’impegno.
Cominciò così un lungo viaggio professionale fatto di trasferimenti, sedi diverse, chilometri percorsi ogni giorno e sacrifici personali che spesso rimanevano invisibili agli occhi degli altri. Eppure non l’ho mai sentita lamentarsi. La scuola era la sua vita. Non un lavoro, ma una missione.
Io e mia sorella siamo cresciuti respirando chimica. Mentre altri bambini giocavano con i fumetti, noi disegnavamo quelle che chiamavamo “casette”, senza sapere che stavamo tracciando gli anelli benzenici. Sul tavolo della cucina comparivano formule, strutture molecolari, reazioni chimiche e frecce che sembravano misteriosi percorsi da seguire.
I saggi alla fiamma diventavano momenti di stupore condiviso. Gli esperimenti trovavano spazio nella quotidianità. Ogni fenomeno era un’occasione per insegnare qualcosa. Per mia madre la chimica non era una disciplina scolastica. Era un modo di osservare il mondo.
Lo stesso entusiasmo lo ha portato per quasi tre decenni nelle sue classi. Chiunque abbia avuto la fortuna di essere suo studente sa che prima della docente c’era la persona. Prima del voto c’era il dialogo. Prima della verifica c’era l’ascolto. Prima della prestazione c’era l’essere umano. È questo che ha reso la professoressa Caruso una figura amata dagli studenti e apprezzata dalle famiglie. Perché ha sempre insegnato che la conoscenza è importante, ma che l’umanità lo è ancora di più.
Nel corso della sua carriera ha assunto numerosi incarichi e responsabilità: coordinatrice di classe, responsabile di laboratori, funzione strumentale, tutor, responsabile di dipartimento, referente di progetti scientifici, progettista, presidente di commissioni d’esame e promotrice di percorsi innovativi. Ogni incarico è stato affrontato con la stessa serietà, precisione e passione che hanno sempre caratterizzato il suo lavoro.
Ha avuto inoltre la fortuna di incontrare dirigenti scolastici che hanno saputo riconoscere e valorizzare il suo valore professionale e umano. Ho sempre sentito parlare con profonda stima della prof.ssa Clementina Iannuzzi, della prof.ssa Laura Laureandi, della prof.ssa Rosanna Perri e del prof. Raffaele Le Pera.
Persone che hanno creduto nelle competenze, sostenuto i progetti, incoraggiato l’innovazione e costruito ambienti nei quali il rispetto reciproco rappresentava un valore autentico. Figure che mia madre ha sempre ricordato con gratitudine e affetto, considerandole esempi di leadership educativa fondata sull’ascolto, sulla fiducia e sulla valorizzazione delle persone.
Poi la vita, come spesso accade, cambia direzione. Per motivi familiari tutta la nostra famiglia si trasferì nell’area di Corigliano-Rossano. Sembrava l’inizio di una nuova stagione. Dopo anni di viaggi estenuanti, finalmente il luogo di lavoro era vicino casa. Finalmente più tempo per la famiglia e meno tempo trascorso sulle strade.
Mia madre era felice. Aveva idee, progetti, entusiasmo. Voleva continuare a investire sulla qualità della didattica e sull’eccellenza formativa che aveva sempre cercato durante tutta la sua carriera. Sin dal suo arrivo nella nuova scuola le vennero affidati incarichi importanti, segno evidente del riconoscimento delle sue competenze.
Tuttavia, quello che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento di un lungo percorso professionale si trasformò progressivamente in una fase molto difficile. Iniziarono incomprensioni, tensioni e situazioni che finirono per minare la serenità di una docente che aveva sempre fatto della scuola la propria ragione di vita.
Per una professionista abituata a lavorare con dedizione, sentire venire meno il dialogo, la fiducia e il riconoscimento del lavoro svolto fu una ferita profonda. Nonostante tutto continuò a mettere al centro i propri studenti, cercando di non permettere alle difficoltà personali di interferire con la qualità del suo insegnamento.
Arrivò persino a rinunciare spontaneamente a incarichi che aveva sempre svolto con passione, scegliendo di concentrare tutte le proprie energie esclusivamente sulla didattica e sui ragazzi.
Negli anni successivi la situazione divenne ancora più complessa. A problemi professionali si aggiunsero difficoltà personali e familiari particolarmente pesanti. Chi conosce mia madre sa quanto la scuola rappresenti una parte fondamentale della sua identità. Per questo motivo alcune situazioni vissute in quel periodo lasciarono segni profondi.
Ricordo il suo dolore. Ricordo le sue lacrime. Ricordo il senso di amarezza di una persona che aveva dedicato quasi trent’anni della propria vita alla scuola e che per la prima volta si sentiva privata di quella serenità che aveva sempre accompagnato il suo lavoro.
Il momento più difficile arrivò quando comprese che probabilmente non avrebbe potuto continuare alcuni percorsi costruiti negli anni insieme ai propri studenti. Fu allora che il peso accumulato diventò quasi insostenibile.
Fu in quel momento che le proposi di guardare avanti. Le dissi che nessun ambiente incapace di riconoscere il valore di una persona meritava di trattenerla. Le suggerii di chiedere assegnazione provvisoria nella città di Parma, dove vivo.
Fu una decisione coraggiosa e decisiva. A Parma ritrovò immediatamente ciò che sembrava aver perduto: serenità, rispetto, collaborazione e fiducia. Ritrovò un ambiente positivo, una dirigenza attenta alle persone e soprattutto ritrovò la gioia di insegnare. Quella gioia che aveva sempre rappresentato il motore della sua vita professionale.
E poi è arrivato il 29 maggio 2026. Una data che la nostra famiglia non dimenticherà mai.
Per molti docenti è stata semplicemente la giornata della pubblicazione degli esiti della mobilità. Per la professoressa Cinzia Caruso ha rappresentato molto di più. È stato il giorno della rinascita.
Dopo mesi difficili, dopo preoccupazioni, sacrifici e sofferenze che pochi conoscono davvero, è arrivata la notizia tanto attesa: il trasferimento in una nuova sede, da Rossano a Cariati. Non una semplice destinazione amministrativa. Non un numero scritto su una graduatoria. Ma la possibilità concreta di ricominciare. A Parma in quel momento era in assegnazione provvisoria.
Ricordo la sua emozione in quel momento. Ricordo il sollievo che finalmente si leggeva sul suo volto. Era come vedere una persona tornare a respirare dopo essere rimasta troppo a lungo sott’acqua. Non era la gioia di chi aveva ottenuto semplicemente un trasferimento. Era la serenità di una donna che finalmente vedeva riconosciuto il proprio diritto a lavorare in un ambiente nel quale poter esprimere liberamente il proprio valore umano e professionale.
Il 29 maggio 2026 non ha segnato soltanto una mobilità. Ha segnato una rinascita.
Oggi, dopo ventotto anni di servizio, una carriera costruita tra ricerca scientifica, insegnamento, innovazione didattica e formazione di generazioni di studenti, la professoressa Cinzia Caruso guarda al futuro con lo stesso entusiasmo del primo giorno. Non porta con sé rancore. Non cerca rivincite. Non coltiva risentimenti. Porta con sé ciò che l’ha sempre contraddistinta: competenza, umanità, passione e amore per la scuola pubblica.
La chimica insegna che le trasformazioni più importanti avvengono quando una sostanza attraversa una reazione profonda e ne esce diversa, ma senza perdere la propria essenza. Mia madre ha attraversato prove che avrebbero potuto spezzare molte persone. Invece ne è uscita più forte, più consapevole e ancora più determinata. È cambiata, ma è rimasta la stessa donna che tanti anni fa scelse di lasciare la ricerca universitaria per dedicare la propria vita agli studenti.
I suoi nuovi alunni forse non conosceranno subito tutta la sua storia. Non sapranno delle pubblicazioni scientifiche, del brevetto, del dottorato, dei concorsi vinti, dei chilometri percorsi e delle difficoltà affrontate. Ma avranno la fortuna di incontrare ciò che conta davvero: una grande docente e una donna straordinaria che non ha mai smesso di credere nella scuola, nemmeno quando la scuola, a volte, ha smesso di credere in lei.
E questa, forse, è la sua più grande vittoria.”
Mattia Madeo











