Lettere 2.0: “Irina senza dimora non ce l’ha fatta – L’indifferenza è complice”

Riceviamo il comunica dell’Associazione di volontariato “Casa Nostra” – Cosenza

 

 

Indffirenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indffitenti” . Le parole di un grande intellettuale e uomo politico, Antonio Gramsci, rendono bene il senso di una malattia morale che può essere anche una malattia mortale.

L’indifferenza racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori. L’alternativa, diceva Don Milani, è I CARE, “Me ne importa, mi sta a cuore”

Questa definizione del termine “indifferenza”, elaborata dalla senatrice a vita Liliana Segre ed entrata di diritto nel vocabolario della lingua italiana Zingarelli (2020), ci invita a riflettere sulle responsabilità che ogni individuo dovrebbe avere nei confronti del proprio “prossimo”. Il prendersi cura dell’altro non è soltanto impegno civico, ma è fondamentalmente un dovere morale.

Liliana Segre è una delle poche persone soprawissute ai campi di concentramento di Auschwitz, testimone vivente degli orrori della Shoah e dei campi di sterminio eretti nella Polonia occupata dai nazisti. Le sue parole ci aiutano a riflettere, a meditare seriamente sulla necessità di “prendere a cuore” le sorti di chi soffre nella solitudine e nell’abbandono, di chi è obliato nella propria esistenza.

Ma ci aiutano a meditare soprattutto sulla storia di Irina, una donna polacca di cinquantatré anni che ha visto la sua vita spegnersi giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, istante dopo istante nell’indifferenza generale e nel silenzio di una città che si definisce, per bocca dei suoi rappresentanti, “modello europeo”.

Eppure non sarebbe stato difficile riconoscere in quella donna il nostro prossimo se avessimo ben inteso il significato della parabola del “buon samaritano” (Lc 10,25-37) più volte evocata da Papa Francesco nelle sue omelie.

Non sarebbe stato difficile riconoscere il nostro prossimo in una donna denutrita, ridotta pelle e ossa, esposta al gelo invernale e al caldo torrido estivo se solo per una volta ci fossimo fermati nei pressi del Cinema-Teatro Aroldo Tieri a Cosenza.

Sdraiata su un giaciglio fatto di stracci logori, un vecchio materasso e avanzi di cibo, in un angolo non nascosto e ben visibile a tutti i passanti e alle autovetture quotidianamente in transito per quella strada, avremmo potuto incontrare Irina. Non si può negare che la vista di una persona in una situazione di degrado e abbandono totale possa in taluni casi instillare un sentimento di tristezza e di repulsione in chi la osserva, e che l’olezzo di escrementi e urina non sia di aiuto per coloro che spinti da un sentimento di umanità volessero sincerarsi delle condizioni di quella persona.

Tuttavia, anche i miasmi più insopportabili si disperdono nell’aria e diventano sopportabili quando in gioco c’è il diritto alla vita, alla salute e a un’esistenza dignitosa per un altro essere umano.

La storia di Irina è la storia di una giovane donna venuta nel nostro Paese in cerca di miglior fortuna e che si è vista catapultare nell’indigenza e nella miseria totale in pochissimo tempo dopo aver perso il suo misero lavoro ed esser stata derubata dei pochi averi.

Noi volontari dell’Associazione “Casa Nostra” l’abbiamo incontrata per la prima volta lo scorso anno durante un’uscita dell’Unità di Strada (l’UdS è un’unità mobile di assistenza ai “senza dimora” promossa dall’Associazione “Casa Nostra” in collaborazione con la Caritas diocesana). Abbiamo sin da subito percepito che le sue condizioni di salute fossero gravi, acuite dalla malnutrizione e dalla dipendenza da alcolici (una costante per chi vive ai margini, abbandonato dalla società e dal mondo).

Inoltre l’impossibilità di disporre di una struttura abitativa che potesse garantirle un tetto dove poter riposare, al riparo dai rischi della strada, non ci ha permesso di offrirle quelle cure, di cui necessitava. Quando due giorni fa abbiamo fatto la richiesta di soccorso sanitario contattando il 118, l’addetta del centralino ci ha risposto che la richiesta di soccorso <<doveva essere immediata e non differita».

Allora ci siamo recati nuovamente dalla poveretta ed abbiamo richiesto ancora una volta il pronto intervento sanitario. Il personale dell’ambulanza, sopraggiunto sul posto, ha subito riscontrato l’elevata temperatura corporea di Irina e immediatamente ci siamo adoperati per farla abbassare con del ghiaccio e dell’acqua fresca.

Il rifiuto di salire in ambulanza da parte della donna ha complicato la situazione: <<non è consentito intervenire con la forza in caso di rifiuto del paziente» c’è stato detto. Allora ritenendo che il diritto alla vita e alle cure mediche fosse la cosa più importante, abbiamo chiesto e ottenuto l’invio, dalla centrale operativa, di un nuovo mezzo di soccorso con il medico a bordo.

Il medico, sopraggiunto con l’equipe di pronto soccorso, ha constatato e ribadito la sua impossibilità a intervenire di fronte al rifiuto dell’interessato, e che un eventuale TSO sarebbe stata competenza dello psichiatra.

Gli episodi da teatro “dell’assurdo” si sono protratti anche dopo l’arrivo dei carabinieri, i quali constatato che Irina non possedeva un documento di riconoscimento, hanno giustamenre richiesto i nostri… (L’esibizione del documento di riconoscimento, purtroppo, è la motivazione principale del rifiuto delle cure mediche dei “senza dimora”, perché temono le procedure di rimpatrio per gli irregolari, e nella peggiore delle ipotesi la detenzione forzata).

La stessa scena si è ripetuta la sera quando gli altri volontari in uscita hanno chiamato il 118, e i soccorritori stizziti per l’infruttuoso intervento non hanno mostrato un briciolo di umanità nei confronti della donna e con disappunto hanno fatto ritorno alla base operativa.

Così, ieri si è consumato l’ultimo atto de “L’indffirente”, un’opera che non è nata dalla penna di Ionesco o di Beckett ma è il frutto di un lavoro collettivo, scritto a più mani e che riporta in calce la firma di ognuno di noi. Quando verso mezzogiorno le abbiamo portato il pranzo che le suore e gli altri volontari avevano preparato per lei, Irina stava rantolando sul bordo della strada e respirava affannosamente per il forte caldo: un pezzettino di banana e un sorso d’acqua sono state le uniche cose che è riuscita a deglutire.

Irina è deceduta qualche ora più tardi fra l’indifferenza dei passanti. Eppure sono tanti i clochard che vivono sotto i ponti, dormono sulle panchine o negli stretti vicoli della nostra “città europea”. Sulle stesse gradinate dove Irina ha consumato i suoi giorni è possibile incontrare i volti della solitudine e dell’abbandono di G., di A., di N. Tutte persone che fino a poco tempo fa lavoravano dignitosamente e per una misera paga, ma che adesso, per uno scherzo della vita o a causa di un infortunio sul lavoro, sono finiti a vivere per strada.

A volte sono famiglie intere che versano in condizioni disumane, costrette a ricorrere in alcuni casi anche alla prostituzione per opravvivere. Fra questi invisibili (che ovviamente fingiamo di non vedere) ci sono anche tanti nostri concittadini, precipitati nello stato di povertà assoluta ancor prima della pandemia di Covid-19.

Inutile ricordare che negli ultimi anni altre persone sono morte nel silenzio generale e sempre per le medesime cause: Lubas, Dawid, Marian, Gianluca, questi sono solo alcuni nomi. Non si può tollerare che la gente muoia di stenti e di inedia per strada. Alle soglie del 2020, una città che si definisce “sostenibile”, a “misura d’uomo” credo debba quantificare la sua sostenibilità sulla base
dei servizi socio-assistenziali e socio-sanitari erogati (non solo ai residenti).

Quello che veramente fa specie non è il numero esiguo di assistenti sociali presenti sul nostro territorio, ma il telefono che squilla a vuoto per intere giornate negli uffici di coloro che dovrebbero rendersi reperibili. Nonostante tutto, quest’articolo non è un J’accuse zoliano, perché nell’indifferenza collettiva, come sottolinea Segre, siamo tutti responsabili e complici.

Però dopo due mesi di videoconferenze con associazioni, sindacati, movimenti territoriali, assistenti sociali e giunta comunale finalizzati alla realizzazione di un protocollo di intesa atto ad eliminare le barriere esistenti nella cura e nell’assistenza di tutti i “senza dimora”, non è accettabile che la macchina burocratica si inceppi sulle nomine dei vari commissari “particolari e speciali” senza determinare lo sblocco dei fondi europei disponibili e l’individuazione delle strutture adeguate per un inserimento dignitoso di queste persone nella società, soprattutto in situazioni di estrema emergenza come quella che stiamo vivendo.

Non è necessario che muoia altra gente per strada per comprendere, parafrasando ancora una volta Don Milani, che la vila di Irina “mi sta a cuore” e “mi importa della sua persona”.

Cosenza 31/07/2020

Associazione di volontariato “Casa Nostra” – Cosenza