“Per colpa della mia (grave) claustrofobia, in Calabria non posso effettuare una risonanza magnetica total body”

Riceviamo lo sfogo della nostra lettrice Caterina:

“Buongiorno. Con la presente desidero portare all’attenzione delle autorità competenti e dell’opinione pubblica una situazione che ritengo estremamente grave, vissuta nel tentativo di ottenere informazioni e accedere a un esame diagnostico presso il servizio sanitario pubblico della Regione Calabria.

Prima ancora di contattare l’Azienda Ospedaliero-Universitaria “Renato Dulbecco” di Catanzaro, mi ero rivolta al CUP di Cosenza, città in cui risiedo, per avere informazioni sulla possibilità di effettuare una risonanza magnetica total body in sedazione.

In quell’occasione, un operatore mi riferiva che l’esame da me richiesto non veniva effettuato nella Regione Calabria. Un’informazione che successivamente si è rivelata inesatta, poiché, grazie al mio medico, sono riuscita a sapere che l’esame viene effettuato presso l’ospedale di Germaneto.

A partire dal 2 ottobre 2026 ho iniziato a contattare telefonicamente la struttura per ottenere informazioni relative a una risonanza magnetica total body in sedazione.

Per un’intera settimana ho cercato di parlare con gli uffici e i reparti competenti, trovandomi continuamente indirizzata da un numero telefonico all’altro, senza riuscire a ottenere risposte chiare e tempestive. Nel corso di questi tentativi ho riscontrato anche atteggiamenti che ho percepito come scortesi e poco rispettosi.

La situazione è diventata ancora più frustrante quando neppure il servizio reclami ha risposto ai miei tentativi di contatto. Non si è trattato di una singola telefonata senza risposta: ho effettuato decine di chiamate, arrivando in alcuni momenti anche a 27 tentativi in un solo giorno. Le schermate del mio registro telefonico documentano, tra l’altro, una sequenza di 25 chiamate associate alla voce “Radiologia Catanzaro Reparto”.

Soltanto dopo tutti questi tentativi sono riuscita a ricevere informazioni sull’esame. Mi è stato riferito che avrei potuto effettuare la risonanza, ma non in sedazione, poiché, secondo quanto comunicatomi, la claustrofobia non sarebbe stata considerata una condizione prevista per tale modalità. Mi è stata inoltre indicata una disponibilità successiva a dicembre 2027.

Sono rimasta basita, perché la mia patologia potrebbe rivelarsi grave ed è inutile ribadire che mi aspettavo un tempo più breve. Mi chiedo come sia possibile che un cittadino debba affrontare così tante difficoltà anche soltanto per ottenere informazioni su un esame diagnostico e conoscere le procedure da seguire.

Aggiungo pure che molte prescrizioni rilasciate dai medici puntualmente al Cup non vengono accettate perché non corrispondono i codici, quindi bisogna rifare ricette o addirittura rifiutano la prestazione perché i codici sono vecchi e non aggiornati. Ma il sistema, mi chiedo, come viene gestito tra medici e Cup?

Non intendo mettere in discussione il lavoro dei professionisti sanitari che ogni giorno operano con impegno, né formulare accuse personali. Chiedo, tuttavia, che vengano verificati i fatti che segnalo e che sia fatta chiarezza sulle modalità di gestione delle telefonate, sull’accessibilità del servizio reclami e sui tempi di attesa comunicati.

Ritengo che la possibilità di ricevere informazioni chiare, di essere ascoltati e di sapere a chi rivolgersi debba essere garantita a ogni cittadino. La difficoltà di comunicazione con una struttura sanitaria può trasformare una semplice richiesta di informazioni in un’esperienza lunga, estenuante e profondamente scoraggiante.

Desidero inoltre precisare che la mia claustrofobia è particolarmente grave. Non si tratta di una semplice paura o di una mancanza di volontà: per me affrontare una risonanza magnetica senza sedazione rappresenta una difficoltà concreta e molto seria.

Di fronte a questa situazione, sono consapevole che potrei essere costretta a rinunciare all’esame, con conseguenze a mio discapito. Non sto dicendo di voler rinunciare alle cure ma che rischio di non riuscire ad accedere a un esame di cui ho bisogno perché la mia claustrofobia potrebbe impedirmi di affrontarlo senza sedazione. È questa per me la difficoltà concreta che merita di essere ascoltata.

Quindi, sto cercando di individuare un esame diagnostico alternativo che possa essere più compatibile con la mia condizione.

È doloroso dover prendere in considerazione la rinuncia a un accertamento sanitario non perché non se ne riconosca l’importanza, ma perché le difficoltà organizzative, i tempi di attesa e l’impossibilità di accedere alla modalità necessaria per affrontarlo rischiano di renderlo inaccessibile.

Chiedo pertanto che venga fatta chiarezza sulle informazioni ricevute, sulle modalità di gestione delle richieste telefoniche e sulla possibilità di individuare soluzioni adeguate per i pazienti che, per comprovate difficoltà, non riescono ad affrontare determinati esami senza assistenza o sedazione.

La sanità pubblica deve garantire non soltanto l’esistenza di una prestazione, ma anche la possibilità concreta per il cittadino di accedervi. Nessuno dovrebbe sentirsi abbandonato, scoraggiato o costretto a rinunciare a un accertamento diagnostico dopo giorni trascorsi a cercare risposte.

Confido che questa segnalazione possa contribuire a richiamare l’attenzione sulla necessità di migliorare l’accessibilità dei servizi, la comunicazione con i cittadini e la gestione delle liste d’attesa.

Distinti saluti
Caterina Cairo”

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