Dalla penna felice di Edoardo Maruca

“Il 24 novembre scade l’ultima proroga. Per 321 lavoratori del Ministero della Cultura in Calabria si chiudono i 36 mesi oltre i quali la legge non permette di andare, dopo rinvii a ripetizione e dopo anni di formazione a spese pubbliche. Scrivo da rappresentante dei lavoratori coinvolti e dico con certezza che si tratta di persone professionalizzate, che gli stessi uffici del Ministero considerano indispensabili.
Hanno maturato i requisiti previsti dalla legge Madia. Stabilizzarle non ha partito. Dare un contratto stabile a 321 calabresi non è cosa né di destra né di sinistra. Dovrebbe rientrare nell’interesse politico, prima ancora che morale, di una classe dirigente che quel mandato lo ha chiesto, lo ha ottenuto ed è pagata profumatamente per onorarlo. Ma i nostri politici se la “jocano”. Del resto le elezioni non sono poi così lontane …
La Calabria ha 19 seggi in Parlamento: 13 alla Camera (5 eletti nei collegi uninominali, 8 nei plurinominali) e 6 al Senato. Non parlo del Consiglio regionale. Parlo del luogo dove si scrivono le leggi di bilancio, i decreti e gli emendamenti che servono a una stabilizzazione, e la legge di bilancio è all’esame proprio in queste settimane. Diciannove voci in quell’aula e la partita dei precari si gioca “Araminnifricu”.
A sentire parlare alcuni di loro, tra congiuntivi sbagliati e sintassi “spericolata”, viene da pensare che l’ultimo libro letto sia stato il bugiardino dell’aspirina o Topolino. Sorvolo sulla sensibilità culturale. Li trovate nei luoghi della cultura per un taglio del nastro e un selfie: presenziano e fanno finta di seguire i relatori che, poveri, sono ignari di parlare a Cetto La Qualunque. Resta da capire come abbiano convinto gli elettori a votarli. Ma chi conosce la macchina politica lo sa: per essere eletti serve tutto tranne il consenso degli elettori. Il gradimento che conta è quello di chi compila la lista.
Nessuno ha capito che il turismo non può fermarsi al mare, più o meno pulito (spesso meno), e debba passare dall’offerta culturale. Frequento Palazzo Arnone a Cosenza ormai da otto anni: per visitare le pinacoteche arrivano dal Giappone, dalle Americhe, dalla Corea, da tutta Europa. Un politico autoctono, mai. Nemmeno per “atteggio”, come diciamo noialtri terroni. (Forse è accaduto quando non c’ero.)
Di cosa si occupano, allora, i nostri parlamentari? Alcuni (pochi) fanno politica. Altri fanno ciò che viene detto loro di fare, o almeno questa è la percezione. Una classifica dei meriti non ve la darà nemmeno l’intelligenza artificiale: non capisco se abbia un collegio etico o dei probiviri. I dati vanno cercati a mano, sui siti della Camera e del Senato. Ora che lo strumento di Openpolis per “adottare un politico” non sembra più attivo, è più complicato. Ma ci si riesce.
Perdete un po’ di tempo e leggete con attenzione. Le interrogazioni, tolti pochi nomi di proba attività, hanno una caratura inesistente. Sulla risibile qualità di certi argomenti sorvolo, che gli avvocati costano… posso dirlo? Si firma qualche mozione altrui, si sottoscrivono leggi quasi mai da primi firmatari.
Qualche tempo fa, durante la questua tra una proroga e l’altra, ho consegnato a un deputato un emendamento già pronto, da copiare e incollare, per il rinnovo dei precari ministeriali. Ha sbagliato perfino le date… (sic)
Camminano sul corso del centro, loro, e si pavoneggiano: «Onorè, bongiorno, u vuliti u cafè?»
Il guaio è che la Costituzione non preveda la revoca del parlamentare per manifesta incapacità.
Sulla Prima Repubblica abbiamo vomitato ogni disperazione: la colpa era sempre “loro”, anche quando pioveva. Piove, governo ladro!. Eppure quei politici, quelli da decine di migliaia di preferenze in Calabria, non avrebbero tollerato questo strazio. Erano insopportabili, d’accordo, ma leader capaci, di altissima caratura intellettuale. Gli avversari accusavano Riccardo Misasi del clientelismo più spinto; io ricordo che sistemò una generazione di calabresi nelle scuole di tutta Italia, e lo ricordo parlare di Kant e di Hegel a platee che avrebbero applaudito anche se avesse parlato dei tre porcellini.
Clientelismo, certo, ma almeno portavano risultati. Giacomo Mancini era egocentrico, si sapeva, ma come dargli torto quando ricordava a tutti che prima di parlare “dovete appicciare il cervello”. Poi Antoniozzi (padre), Dominijanni, Olivo, Belluscio: gente che sentiva il dovere di incassare qualcosa dal governo centrale per portarlo a casa, ai propri elettori.
Oggi non mancano solo i leader. Manca il pensiero politico. E il 24 novembre arriverà comunque.”
Edoardo Maruca









