Riceviamo da una nostra lettrice le parole rivolte al Presidente della Regione Calabria in una lettera aperta:

“Alla redazione di Cosenza 2.0
Sono una donna calabrese, una di quelle che a un certo punto della propria vita ha lasciato il Sud per costruire altrove il proprio futuro professionale. Vivo e lavoro al Nord, ma in Calabria ho lasciato ciò che nessuna distanza geografica potrà mai recidere: le mie radici, i miei affetti, la mia famiglia.
E oggi, davanti alla malattia di un genitore, mi ritrovo a pormi una domanda che vorrei rivolgere direttamente al Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto:
Presidente, come immagina che una figlia emigrata al Nord possa riuscire a garantire cure dignitose a un proprio genitore rimasto in Calabria?
Glielo chiedo non da esponente di una parte politica, né da persona interessata a partecipare all’ennesima polemica sulla sanità calabrese. Glielo chiedo da figlia. Da cittadina. Da calabrese che, nonostante tutto, continua a guardare alla propria terra con un sentimento di appartenenza che non si è mai affievolito.
Perché, vede Presidente, quando una diagnosi importante entra improvvisamente nella vita di una famiglia, il mondo cambia prospettiva.
Non esistono più le appartenenze politiche, le conferenze stampa, le inaugurazioni, i comunicati trionfalistici. Esistono un padre che ha paura, una famiglia che cerca risposte e una figlia che prova disperatamente a tenere insieme informazioni, appuntamenti, visite, specialisti e speranze.
E poi comincia il viaggio.
Un viaggio fatto di telefonate, rimbalzi, indicazioni contraddittorie, professionisti da contattare, altri da evitare, nomi suggeriti e immediatamente sconsigliati.
«Si rivolga a quel medico». «No, meglio di no, non è visto di buon occhio». «Quell’altro è molto bravo, ma…».
Ma cosa, Presidente? Da quando la salute di un cittadino deve dipendere dalle simpatie, dalle antipatie o dagli equilibri personali e professionali di chi dovrebbe occuparsene?
Da quando una famiglia, già emotivamente provata, deve imparare a orientarsi tra presunti schieramenti, rivalità, individualismi e dinamiche che nulla dovrebbero avere a che fare con il diritto alla salute?
Non so quanto di tutto questo appartenga a logiche consolidate e quanto a singoli comportamenti. So, però, cosa significa viverlo dall’altra parte: quella del paziente e dei suoi familiari. E le assicuro che è un’esperienza profondamente umiliante.
Perché il problema non è soltanto trovare il medico giusto. È trovare qualcuno che abbia il tempo, la sensibilità e soprattutto l’umanità di spiegare a un paziente cosa gli sta accadendo.
Ci sono professionisti che sembrano aver dimenticato che davanti a loro non c’è un referto da commentare, una patologia da classificare o un numero da inserire in un’agenda.
C’è una persona. Con una storia, una famiglia, una dignità. E soprattutto con paura.
Non chiediamo ai medici di fare miracoli. Non chiediamo di addolcire diagnosi difficili o di promettere ciò che la medicina non può garantire. Chiediamo di parlare. Di spiegare. Di guardare negli occhi chi sta ricevendo una notizia capace di cambiargli la vita.
Perché la competenza senza umanità può forse curare una malattia, ma rischia di lasciare profondamente solo chi quella malattia la sta vivendo.
Eppure, proprio in questo scenario, voglio rivolgere un pensiero di profonda gratitudine a quei medici che considero autentiche mosche bianche della nostra sanità.
Professionisti che, nei pochi presidi ospedalieri calabresi che continuano a resistere tra difficoltà strutturali e organizzative, riescono ancora a esercitare la medicina senza dimenticare l’essere umano. Medici che rispondono, che ascoltano, che spiegano. Che non fanno pesare la propria competenza come una concessione e che comprendono quanto possa valere, per una famiglia spaventata, anche soltanto una parola pronunciata con rispetto.
A loro va la mia gratitudine. Perché dimostrano che il problema non è la mancanza di eccellenze umane e professionali in Calabria. Il problema è un sistema che troppo spesso non riesce a valorizzarle, proteggerle e renderle accessibili a tutti.
E qui, Presidente, il discorso diventa inevitabilmente politico.
Ho ascoltato e condivido le perplessità espresse dal sindaco di Corigliano-Rossano, Flavio Stasi, rispetto alla narrazione che accompagna il nuovo Ospedale della Sibaritide.
Perché un ospedale non è una fotografia, un’inaugurazione annunciata o un’opera da rivendicare politicamente. Un ospedale è un luogo che deve funzionare. Deve avere personale, strumenti, reparti, percorsi diagnostici, specialisti e soprattutto la capacità di dare risposte concrete a chi ne ha bisogno.
La sanità non si misura attraverso la qualità della sua comunicazione politica, ma attraverso la qualità delle cure che riesce realmente a garantire.
E questo vale per qualsiasi amministrazione, di qualsiasi colore politico.
Non mi interessa stabilire chi abbia più meriti o più colpe. Mi interessa capire perché, nel 2026, una famiglia calabrese debba ancora vivere la ricerca di un percorso di cura come una corsa a ostacoli.
Mi interessa capire perché chi vive lontano debba trasformarsi contemporaneamente in figlio, caregiver, segretario, coordinatore sanitario e investigatore di un sistema che dovrebbe invece accompagnare le persone nei momenti di maggiore fragilità.
E mi interessa soprattutto capire cosa accade a chi non possiede strumenti culturali, relazionali, economici o digitali per affrontare tutto questo.
Se per una persona abituata a gestire complessità organizzative è così difficile orientarsi, cosa succede a un anziano solo? A una famiglia che non conosce nessuno? A chi non sa nemmeno da dove cominciare?
Presidente Occhiuto, io non voglio privilegi. Non cerco scorciatoie e non desidero che qualcuno mi apra una porta soltanto perché sono riuscita a farmi ascoltare. Vorrei che quella porta fosse aperta per tutti.
Vorrei una Calabria nella quale la salute non dipenda dalla capacità di trovare il contatto giusto, ma dall’esistenza di un sistema capace di prendersi cura delle persone.
Vorrei una terra nella quale tornare non rappresentasse soltanto un desiderio sentimentale, ma una possibilità concreta.
Perché siamo in tanti ad aver lasciato il Sud senza aver mai smesso di immaginare un ritorno. Abbiamo studiato, lavorato, costruito competenze ed esperienze altrove. E molti di noi vorrebbero riportarle a casa.
Ma come possiamo immaginare di tornare stabilmente in una regione nella quale, quando un genitore si ammala, ci scopriamo così vulnerabili e soli?
Allora, Presidente, le rivolgo un invito.
Prendiamoci un caffè.
Senza telecamere, senza comunicati stampa, senza l’esigenza di dimostrare chi abbia ragione.
Un caffè per parlare della Calabria che raccontate e di quella che noi cittadini viviamo. Di quella che continuiamo ad amare e di quella che, troppo spesso, ci costringe a sentirci stranieri proprio a casa nostra.
Mi piacerebbe raccontarle cosa significhi provare a organizzare le cure di un padre a centinaia di chilometri di distanza. E mi piacerebbe ascoltare da lei quali risposte concrete possa aspettarsi una famiglia che si trova in questa situazione.
Magari scopriremmo che non parliamo lingue così diverse. O magari riuscirebbe finalmente a indicarci su quale canale digitale dobbiamo sintonizzarci per vedere la stessa Calabria che viene raccontata nelle sedi istituzionali.
Perché quella che vediamo noi, Presidente, è ancora troppo distante.
E vorrei che fosse chiara un’ultima cosa: questa lettera non nasce dal rancore verso la mia terra. Nasce esattamente dal sentimento opposto.
Nasce dall’amore per una Calabria che meriterebbe molto di più. E dalla convinzione che amare la propria terra non significhi difenderla a prescindere, ma avere il coraggio di denunciarne le contraddizioni.
Perché quando si ammala un genitore non dovrebbe essere necessario diventare esperti di sanità, politica e relazioni personali per riuscire semplicemente a essergli figli.
In attesa di quel caffè, Presidente.
Una calabrese emigrata al Nord, ma mai andata via davvero.”










