Lettere 2.0: “Pensavate che la sanità fosse diversa al nord che in Calabria? Lo pensavo anch’io…”

Riceviamo il racconto dell’avventura della nostra lettrice calabrese ….a Milano…

 

 

“Mi trovo a dover raccontare ahimè una triste realtà con cui qualche povero sfortunato ogni tanto deve scontrarsi: la sanità italiana. Premetto di essere calabrese e quindi abituata a non avere le cosìddette eccellenze nei servizi pubblici.

Mi sono sempre sentita dire dai miei colleghi comaschi “eh qui in Lombardia le cose funzionano, paghiamo le tasse e abbiamo i servizi”.

Non che io in 19 anni vissuti in Calabria non abbia visto pagare le tasse ai miei genitori, anzi, ho sempre visto come queste aumentassero, ma come, nonostante questo, per qualsiasi cosa ci rivolgessimo al medico privato, allo specialista che poteva visitarti con preavvisi non troppo lunghi.

Ad ogni modo, essendomi trasferita in Lombardia per studiare prima e lavorare dopo pensavo non avrei mai avuto questo tipo di problema nella mia nuova regione. Ora ammetto di non avere al momento un medico curante a Milano, e si, mea culpa se non ho fatto richiesta all’asl per averne uno temporaneo qui, ma comunque per fortuna non ho gravi problemi e so che se per caso un giorno dovessi avere un’influenza posso ricevere un certificato dalla famosa guardia medica.

Si, la procedura non è comodissima, devi recarti tu lì ed aspettare interminabili ore per avere il documento che attesti la tua impossibilità (per il giorno corrente) di lavorare. In una situazione normale finirebbe tutto lì e pace. Avendo vissuto, però, uno dei periodi più brutti che si possano immaginare, un periodo in cui nessuno è immune alla possibilità di ammalarsi anche solo andando a fare la spesa, le cose cambiano. O almeno così pensavo.

Ho avuto la sfortuna di beccarmi la febbre! Una febbre dovuta al fatto che per giorni ho corso come una matta a lavoro per delle urgenze, entrando e uscendo da ambienti con aria condizionata per poi ritrovarmi nel caldo torrido, con l’aggiunta di un calo di difese immunitarie, pressione bassa e tanto tanto stress.

Il mio corpo ha reagito così, ma ad oggi si sa la febbre è un sintomo troppo sospetto. Mi sono sempre definita una cittadina dallo spiccato senso
civico e così ho chiamato il centro emergenza Covid-19 della mia città riportando il mio caso.

Al telefono una gentile signora mi dice che con solo febbre, da un solo giorno poi, non può nemmeno prendere i miei dati e di certo non può farmi fare un tampone. Mi consiglia di rivolgermi alle guardia medica, non avendo io il medico curante in loco.

Seguo le sue indicazioni e contatto la struttura consigliatami. Al telefono mi risponde una signora, che non essendo un medico può far poco per la mia situazione, e dopo 5 minuti persi a spiegarle cosa avessi, mi passa, finalmente, chi di competenza.

Mi dice che per avere un certificato c’è bisogno di recarsi in ambulatorio, e solo dopo la visita questo può essere rilasciato. Fin qui tutto torna ma gli chiedo <<mi scusi dottore, ma come faccio ad uscire con 38 di febbre, attraversare tutta Milano, in questo periodo poi, in cui non si dice altro se non
di non uscire quando si ha la febbre? >>

La sua risposta: <<ma signora prenda una Tachipirina e può uscire >>

Grazie dottore! tre mesi di pandemia sono stati dimenticati presto vedo…!!

Metto giù il telefono ringraziando per il servizio offertomi e decido che preferisco non avere un giorno giustificato a lavoro piuttosto che seguire le indicazioni datemi.

Giorno successivo, mi passa la febbre, la Tachipirina ha fatto effetto e come pensavo non è nulla di grave, è stato tutto una cosa momentanea. Oggi però, che sto meglio, potrò andare in guardia medica e avere la certificazione da mandare a lavoro.

Intraprendo alle 19 di sera la mia avventura. Mi reco nella sede di Missori e una volta arrivata scopro che è stata temporaneamente ricollocata.

Dico, va bene può capitare, non bisogna perdersi d’animo. Così di buona lena risalgo in metro e mi dirigo nella sede di porta nuova, quella indicata dal cartello affisso.

Dopo mezz’ora di viaggio, arrivo nella nuova sede dove trovo uno studio medico chiuso, con un citofono a cui nessuno risponde. Provo a chiamare il numero verde e anche li non ottengo nulla.

Non nego di essermi detta, fa niente il certificato, vado a casa e lunedì torno a lavoro normalmente, ma volevo togliermi ogni dubbio e farmi vedere da un dottore. Decido così di recarmi nella terza e ultima sede (segnalata da internet) di servizio di continuità assistenziale, in zona Loreto.

Altra mezz’ora di viaggio per ritrovarmi per l’ennesima volta lo stesso scenario: un cancello chiuso e nessun cartello che indichi gli orari di apertura…

Richiamo il numero verde e finalmente qualcuno risponde. Un ragazzo molto gentile che si sente quasi in colpa per quanto sia gestito male il sistema ambulatoriale milanese e che mi indica una nuova sede in cui recarmi (che ovviamente non compare su google maps) e che sicuramente troverò aperta.

Ovviamente per arrivare in questo posto sperduto dovrò prendere l’unico mezzo che passa da lì, la circolare.

La circolare non è l’esatto sinonimo di mezzo tranquillo e adatto al distanziamento sociale, è un mezzo in cui anche oggi, con questa situazione, si riempie di ogni tipologia di passeggero e non permette di stare l’uno ad un metro di distanza dall’altro.

Dopo la mia bella e ultima traversata milanese arrivo nel così ambito ambulatorio. Riesco a parlare da una finestra con una guardia che mi informa sulla procedura da seguire. Devo chiamare la dottoressa al numero indicato sul portone e lei effettuerà la visita via telefono.

A quelle parole mi ritorna in mente il medico del giorno prima che mi diceva che solo dopo una visita a tu per tu può essere rilasciato un certificato…

Evidentemente i protocolli da seguire non sono uguali per tutti, o comunque non tutti li rispettano. Durante la telefonata racconto alla dottoressa quello che ho avuto e le dico che al momento sto bene, mi è passata la febbre e che vorrei capire se devo fare un tampone o no.

La dottoressa, che faticava ad esprimersi in italiano, mi dice che non può fare niente per il tampone ma che mi farà il certificato per quella giornata di lavoro persa. Così senza non avermi nemmeno vista!!!

Penso sia finita lì ma mi richiama dopo due secondi dicendomi che mi assegna tre giorni di malattia, venerdì, sabato e domenica in modo che io possa guarire (io non lavoro il sabato e la domenica per cui sarei stata a casa comunque) e che mi prescrive l’auto isolamento per 14 giorni.

Scioccata le rispondo che prima di darmi una diagnosi del genere deve visitarmi e che altrimenti non accetterò la sua certificazione.

La mia richiesta viene esaudita solo a metà e ottengo una “visita” dalla finestra al marciapiede. La dottoressa si tira indietro e decide di non darmi l’isolamento, mi consiglia però di farmi assegnare un medico curante perché solo lui può farmi prescrivere un tampone o un test sierologico.

Mi dice che sono comunque un soggetto sospetto perché a detta sua la febbre non è normale in questa stagione! Mi consiglia di monitorare i prossimi due giorni e nel caso io stia bene posso tornare a lavoro senza problemi.

Si raccomanda di tenere la mascherina e di stare a distanza dalla persone. Conclude dicendo che se voglio posso fare un test in un centro privato a pagamento.

Alla fine della storia, ho cambiato regione ma non mi sembra sia cambiato niente alla sanità….”

 

(Elisa Arlia)

 

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