Riceviamo lo sfogo di una nostra lettrice di Rende, mamma di un ragazzo con disabilità:

“Buonasera. Sono la mamma di un alunno con disabilità, abito a Rende, scrivo questa lettera perché, da madre, faccio fatica ad accettare quello che sta accadendo a mio figlio.
Scrivo perché, a volte, dietro le parole inclusione, diritti, tutela, centralità dell’alunno, continuità didattica ci sono bambini e famiglie che si trovano, nella realtà, a dover combattere contro la burocrazia per ottenere ciò che dovrebbe essere semplicemente garantito.
Mio figlio aveva la possibilità di proseguire il proprio percorso scolastico con la docente che già conosce, con la quale ha costruito nel tempo una relazione educativa, un rapporto di fiducia e un modo di lavorare. Per un bambino con disabilità, queste cose non sono dettagli.
La continuità non è un capriccio della famiglia e non è una comodità dell’insegnante, è un elemento importante del suo percorso educativo, della sua serenità e della sua inclusione. Come famiglia abbiamo seguito correttamente tutto l’iter previsto per richiedere la continuità didattica.
La richiesta è stata confermata dal GLO e dal Dirigente scolastico, la docente ha dato la propria disponibilità a proseguire il percorso con mio figlio. Abbiamo fatto tutto ciò che ci è stato richiesto.
Tutto sembrava essere stato fatto nel modo corretto, poi, il 26 agosto 2026, l’USP pubblica le disponibilità dei posti ed arriva la sorpresa.
Quello spezzone è stato accorpato ad una scuola di un altro Comune, una scelta organizzativa che, nei fatti, per un mancato flag nella domanda, ha impedito il riconoscimento della continuità didattica a mio figlio.
E io, da madre, mi chiedo: com’è possibile che il diritto di mio figlio possa essere cancellato da un accorpamento amministrativo? Come è possibile che dopo aver seguito un iter preciso, dopo la conferma del GLO, dopo quella del Dirigente scolastico e dopo la disponibilità della docente, tutto possa essere vanificato da un cavillo burocratico?
Mio figlio non è uno spezzone, non è una cattedra, non è un numero in una graduatoria, non è una casella da spuntare su una procedura informatica.
Mio figlio è una persona, è un bambino che ha bisogno di punti di riferimento, è un bambino che ha bisogno di stabilità, è un bambino che ha costruito una relazione con la propria docente e che, proprio per la sua condizione, può avere bisogno di più tempo, più fiducia e più continuità per affrontare serenamente il proprio percorso scolastico.
E allora mi chiedo: dove finisce la burocrazia e dove comincia il diritto? Perché quando le procedure amministrative diventano un ostacolo alla tutela concreta di un bambino, qualcuno dovrebbe avere la possibilità e la responsabilità di fermarsi e chiedersi se quella procedura stia davvero producendo un risultato giusto.
Ho segnalato tempestivamente quanto stava accadendo all’USP, ho cercato di far presente la situazione, nella speranza che potesse essere verificata e risolta, ho anche inviato una PEC alla quale non ho ricevuto alcuna risposta.
E forse è proprio questo che, da madre, trovo più difficile da accettare perché dietro quella PEC non c’era una semplice richiesta amministrativa, c’era una madre che chiedeva alle istituzioni di ascoltare e tutelare il diritto di suo figlio. Non sto chiedendo un favore, non sto chiedendo un privilegio, non sto chiedendo che mio figlio venga messo davanti agli altri. Sto chiedendo che venga rispettato un diritto. E allora permettetemi una domanda.
Che senso hanno tutte le dichiarazioni sull’inclusione, se poi, quando arriva il momento di trasformare quelle parole in fatti, un cavillo burocratico può avere la meglio sulle esigenze concrete di un bambino con disabilità?
Perché l’inclusione non può essere soltanto una parola scritta nei documenti scolastici L’inclusione si vede nelle scelte concrete, si vede quando una famiglia chiede aiuto e viene ascoltata, si vede quando si tiene conto delle esigenze di un bambino, quando una relazione educativa costruita nel tempo viene considerata per ciò che realmente rappresenta.
Si vede quando le istituzioni, davanti a una situazione che rischia di danneggiare un alunno, non si limitano a dire: “Questa è la procedura”, ma cercano una soluzione.
Io non voglio che mio figlio diventi una battaglia, vorrei soltanto che potesse continuare il suo percorso scolastico con la serenità e la stabilità che gli erano state riconosciute, vorrei che qualcuno ascoltasse questa storia non come l’ennesima pratica amministrativa, ma come la storia di un bambino, un bambino che rischia di perdere una figura educativa di riferimento, semplicemente perché un meccanismo burocratico ha fatto sì che uno spezzone venisse accorpato a una scuola di un altro Comune.
E nessuna famiglia dovrebbe trovarsi nella condizione di dover lottare contro la burocrazia per difendere un diritto che dovrebbe essere riconosciuto e tutelato per questo ho deciso di rendere pubblica questa storia, perché qualcuno ascolti, perché qualcuno si assuma la responsabilità di verificare ciò che è accaduto, perché si possa ancora trovare una soluzione.
E soprattutto perché non possiamo continuare a parlare di inclusione se poi, nella realtà, sono i bambini più fragili a pagare il prezzo dei nostri cavilli burocratici.
Non chiedo privilegi: Chiedo diritti.
E chiedo che, qualcuno abbia il coraggio di mettere davanti alla burocrazia una persona: Mio figlio.”









